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Daniele Cesconetto

Di corsa, ma non di fretta

«Quando corro tutti i pensieri volano via. Superare gli altri è avere la forza, superare se stessi è essere forti». Se non fosse che a pronunciarla sia stato il filosofo cinese Confucio, la massima potrebbe essere attribuita a chiunque abbia deciso di affrontare la vita correndo. Ai maratoneti, insomma.
Ma a parlare con Daniele Cesconetto verrebbe da smentire gli alti pensieri di Confucio – non perché non ne sia capace ma perché gli riesce più spontaneo il pop – per semplificarli in quelli di un prosaico Forrest Gump: «Quel giorno, non so proprio perché decisi di andare a correre un po', perciò corsi fino alla fine della strada, e una volta lì pensai di correre fino la fine della città, e una volta lì pensai di correre attraverso la contea di Greenbow. Poi mi dissi, visto che sono arrivato fino a qui tanto vale girarmi e continuare a correre. (...) Quando ero stanco dormivo, quando avevo fame mangiavo, quando dovevo fare… insomma, la facevo!»
Dev'essere più o meno andata così una sera in caserma, nell'anno di grazia 1997, al ventenne Cesconetto, carabiniere di stanza a Padova affossato dalla noia della clausura militare.
«Facciamo una sgambata in città?» fu la proposta di un commilitone.
Non l'aveva mai fatto, ma da allora, non si è più fermato.
Settantamila chilometri suddivisi in 270 ultramaratone e maratone, 68 delle quali concluse in meno di 3 ore. Tempi che farebbero schiumare d'invidia qualunque atleta professionista.
Eppure in Daniele non è mai nato alcun desiderio di competizione; per quanto sia stato nelle schiere della nazionale ed abbia corso diverse maratone competitive, è sempre stato alimentato dal puro ed istintivo senso di libertà che la corsa gli dava. Un bisogno vitale, non agonistico.
Perché chi corre solo per sentire il vento, non ha tempo di guardare l'orologio.
Dallo smog padovano al respiro del vigneto di casa, dall'acciottolato della Venice Marathon alle roventi sabbie delle Desert Marathon di Marocco e Libia, dall'asfalto delle otto ultramaratone del «Passatore» ai muschi dell'Antico Troi del Cansiglio fino alla meccanica gommosa del tapis roulant, è una vertigine di numeri e statistiche da tabellino cronometrico.
Ed ancora le vette del Monte Bianco, lo sfiancante Spartathlon in Grecia, la Sei giorni di Francia, gli Europei in Olanda: corri Daniele, corri.

«Non mi confronto mai con la distanza globale, ma mentalmente mi concentro su piccoli obiettivi di 5 chilometri; li raggiungo, ricalibro la mente per il successivo traguardo e ricomincio a correre fino a coprire tutto il percorso».

Il suo karma è tutto qui, in questo pensiero, nella sua lunga barba hypster, nel fisico longilineo ed asciutto e nella parlata che scivola in una cantilena dialettale veneta.

«Fadiga a corer? Fadiga l'è 'ndar a lavorar tute le mattine, no corer».

Che tanto «quando ero stanco dormivo, quando avevo fame mangiavo», magari con una Fanta e patatine fritte ad una pausa ristoro. Oppure correndo per beneficienza, come fa da qualche anno con l'associazione XI di Marca, per raccogliere fondi finalizzati a progetti benefici.
Perché Daniele è fatto così.
Alla faccia di Confucio.